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#24 Solo nella felicità

 

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Ricordiamo ancora i grandi concerti, quelli "di una volta", non perché non esistono più, solo sono i più vividi nei nostri ricordi.

Ed è in uno di questi momenti che siamo staccati dal nostro gruppo, in mezzo a sconosciuti. La musica si alza, il caos dilaga ed i volti, i corpi, i movimenti attorno a noi sono conosciuti, alieni.

E' in uno di questi momenti che abbiamo pensato di esserci persi, da soli, nella folla.

Un controsenso, se vogliamo, visto che poco tempo dopo il gruppo si è riformato, i volti familiari, i "soliti", rassicuranti.

Che sia perché l'uomo è un animale sociale, oppure cerchiamo nel piccolo gruppo rassicurante gli alleati per difenderci dai predatori, ma rimane quella sensazione di isolamento, di separazione.

Chi sono io, senza il mio gruppo ?

Ed è qui che siamo giunti ad una considerazione, forse cinica: "siamo soli nella felicità, come nel dolore e nella morte".

Avendo come unici strumenti quelli della comunicazione a nostro supporto, come riusciamo a trasmettere veramente cosa ci rende felici? Come riusciamo a far capire all'altro ( partner, amico, gruppo) che qualcosa di rende felici, in contrapposizione a qualcosa che non ci va bene ?

Rinchiusi nelle convenzioni sociali della indifferenza totale, cerchiamo di non dare fastidio, per il semplice fatto che sappiamo che gli altri non hanno tempo per noi.

E noi abbiamo tempo, voglia, decisione per metterci nei panni dell'altro, per ascoltarlo e renderlo felice? 

Non pensare di toglierlo dal suo isolamento, impossibile questo.

Ma fargli capire che dalla nostra cella sappiamo che c'è qualcun altro e vogliamo sentire la sua storia.

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